Le streghe spagnole - Graziella Martina - In Spagna con Mérimée

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Le streghe spagnole

Valencia, novembre 1830

Le antichità, soprattutto le antichità romane, mi interessano poco e non so come mai mi sono lasciato convincere ad andare a Murviedro a vedere ciò che resta di Sagunto. Ho accumulato fatica, ho mangiato male e non ho visto nulla. In viaggio, si è continuamente tormentati dal timo­re di non poter rispondere sì alla domanda ine­vitabile che ci attende al ritorno: "Senza dubbio avete visto...?" Perché dovrei essere costretto a vedere quello che hanno visto gli altri? Io non viaggio con uno scopo preciso, non sono un archeologo. I miei nervi si sono induriti alle emozioni sentimentali e non so se ricordo con più piacere il vecchio cipresso degli Zegris al Generalife o le melagrane e la deliziosa uva sen­za semi che ho mangiato sotto a quell'albero venerabile.

Tuttavia, la mia escursione a Murviedro non mi ha affatto annoiato. Ho affittato un cavallo e un contadino valenciano, che mi accompagnava a piedi. Era un gran chiacchierone e anche un po' disonesto ma, tutto sommato, un compagno abbastanza divertente. Impiegava quantità prodi­giose di eloquenza e di diplomazia per scucirmi un reale in più rispetto al prezzo convenuto per il cavallo ma, allo stesso tempo, difendeva i miei interessi con una tale vivacità e accalorandosi a tal punto con gli albergatori che si sarebbe detto che pagava di tasca sua. Ogni mattina mi presen­tava un conto con una terribile sequela di item: rammendo delle corregge, sostituzione di chiodi, vino per frizionare il cavallo ma che beveva sicu­ramente lui. Con tutto ciò, ho speso meno che altrove. Aveva l'arte di farmi comprare ovunque tante bagattelle inutili, soprattutto dei coltelli ar­tigianali. Mi insegnava come si deve appoggiare in modo corretto il pollice sulla lama per sventra­re qualcuno senza tagliarsi le dita. Questi diavoli di coltelli erano pesanti, si urtavano nelle tasche e mi battevano sulle gambe. In breve, mi davano talmente fastidio che, per disfarmene, non avevo altra via che regalarli a Vicente. Il suo ritornello preferito per convincermi a comprare era: "Come saranno contenti gli amici di vostra signoria quando vedranno le belle cose portate dalla Spagna!"

Non dimenticherò mai l'acquisto di un sacco di ghiande dolci che la mia signoria avrebbe dovuto portare agli amici e che invece si mangiò tutto intero, con l'aiuto della guida fedele, prima ancora di arrivare a Murviedro.
Benché avesse girato il mondo - era stato anche a Madrid a vendere orzata Vicente ave­va molte delle superstizioni dei suoi compatrio­ti. Era molto devoto e, nei tre giorni che pas­sammo insieme, ho avuto modo di vedere quan­to fosse strana la sua religione. Non si preoccu­pava affatto del buon Dio, del quale parlava con indifferenza. La sua devozione andava tutta ai santi e, in particolare, alla Vergine. Mi ricordava quegli avvocati vecchi del mestiere, che hanno come motto: "E più utile avere degli amici negli uffici che la protezione del ministro".
Per capire la sua devozione alla Vergine, biso­gna sapere che in Spagna ci sono molte Vergini. Ogni città ha la sua e si fa beffe di quella dei vicini. Secondo Vicente la Vergine di Peniscola, la piccola città che gli ha dato i natali, valeva più di tutte le altre messe insieme.

"Ma - gli chiesi un giorno - vi sono dunque diverse Vergini?"
"Senza dubbio. Ogni provincia ne ha una."
"E in cielo, quante Vergini ci sono?"
La domanda lo mise in evidente imbarazzo, ma il catechismo gli venne in aiuto.
"Ce n'è una sola" rispose con l'esitazione di un uomo che ripete una frase incomprensibile. "Ebbene - continuai - se vi rompeste una gamba a quale Vergine vi rivolgereste? A quella del cielo o a un'altra?"
"Alla santissima Vergine Nostra Signora di Peniscola, suppongo (por supuesto)."
"E perché non a quella del Pilier di Saragoz­za, che fa così tanti miracoli?"
"Bah! Lei i miracoli li fa solo per gli Arago­nesi!"
Volli prenderlo dal lato debole, il suo patriot­tismo provinciale.
"Se la vergine di Peniscola è più potente di quella del Pilier, significa che i Valenciani sono più birichini degli Aragonesi, dato che hanno bisogno di una patrona che abbia il potere di far rimettere tutti i loro peccati."
"Ah! Signore, gli Aragonesi non sono miglio­ri degli altri, soltanto che noi Valenciani cono­sciamo il potere di Nostra Signora di Peniscola e a volte vi facciamo troppo affidamento."
"Ditemi, Vicente, pensate che Nostra Signora di Peniscola parli valenciano con il buon Dio quando prega Sua Maestà di non dannarvi per i vostri misfatti?"
"Valenciano? No, Signore - replicò pronta­mente Vicente - Vostra signoria sa bene che lin­gua parla la Vergine."
"Per la verità, no."
"Parla latino, verosimilmente."...

Le montagne poco elevate del regno di Valencia sono spesso coronate di castelli in rovina. Un giorno, passando vicino a una di queste costruzioni vetuste e scalcinate, mi azzardai a chiedere a Vicente se là dentro vi fossero dei fantasmi. Cominciò a sorridere e mi rispose che nel paese non ce n'erano; poi, strizzando l'occhio con l'aria di un uomo che risponde a uno scherzo, aggiunse: "Vostra signoria ne ha senza dubbio .visti nel suo paese?"
In spagnolo, non esiste il corrispondente pre­ciso della parola fantasma. Sul dizionario c'è duende, che equivale piuttosto al nostro folletto e che si applica a un bimbo birichino. Duendecito (piccolo duende) si dice di un giovane che si nasconde dietro a una tenda nella stanza di una ragazza per spaventarla o altro. Ma i grandi spettri pallidi, coperti di un lenzuolo, che trasci­nano le catene, in Spagna non si sono mai visti e non se ne parla affatto. Si racconta di Mori ammaliati che si aggirano nei dintorni di Grana- da, ma sono dei fantasmi buoni che in genere appaiono di giorno per chiedere dimessamente di essere battezzati, dato che non hanno avuto tempo sufficiente per farlo in vita. Chi accorda loro questa grazia, viene ricompensato con l'indicazione del luogo di un tesoro. Se si ag­giunge a questo una specie di lupo mannaro tut­to peloso chiamato el velludo dipinto su una parete dell'Alhambra e un cavallo senza testa che galoppa veloce in mezzo alle pietre che ingombrano il precipizio fra 1'Alhambra e il Generalife, si avrà una lista quasi completa di tutti i fantasmi con cui si spaventano o si fanno divertire i bambini.

Per fortuna, si crede ancora agli stregoni e, soprattutto, alle streghe.
A una lega da Murviedro, c'è un piccola bet­tola isolata. Morivo di sete e mi sono fermato davanti alla porta. Una ragazza molto graziosa, di carnagione non molto scura, mi portò una grande brocca di argilla, piena d'acqua fresca. Vicente, che non era mai passato davanti a una taverna senza fermarsi e senza fornirmi mille buone ragioni per entrare, non sembrava attira­to da quella. Mi diceva che era tardi e che a un quarto di lega soltanto c'era una locanda molto migliore, dove avremmo trovato il vino più famoso del regno, dopo quello di Peniscola. Fui inflessibile. Bevetti l'acqua offertami, mangiai il gazpacho preparatomi dalla signorina Carmencita e ne feci il ritratto sul quaderno degli schizzi.
Nel frattempo, davanti alla porta, Vicente frizio­nava il suo cavallo e fischiettava con impazienza, riluttante a entrare.
Ci rimettemmo in viaggio. Io continuavo a parlare di Carmencita e della taverna e Vicente scuoteva la testa.
"Brutto posto!" diceva.
"Perché? Il gazpacho era buonissimo!"
"Non ne sono sorpreso, facilmente è il diavo­lo che l'ha fatto."
"Il diavolo? Dite così perché ella non rispar­mia il peperoncino o perché pensate che la bra­va donna abbia il diavolo come cuoco?"
"Chissà?"
"Così... è una strega?"

Vicente girò la testa con aria inquieta per controllare di non essere osservato. Poi, con un colpo di frustino fece accelerare il passo del cavallo, mentre correva al mio fianco; sollevò leggermente il capo, aprendo la bocca e alzan­do gli occhi al cielo: un segno affermativo comune a persone ritenute silenziose, e da cui è difficile ottenere una risposta a una domanda precisa. La mia curiosità ne era eccitata e con evidente piacere vedevo che la mia guida non era, come avevo creduto, uno spirito coraggioso.
"Così... è una strega?" dissi rimettendo il cavallo al passo. E la figlia, che cos'è?" "Vostra signoria conosce il proverbio: Primero p...; luego alcahueta;pues bruja. La figlia comincia, la madre è già arrivata in porto." "Come sapete che è una strega? Che cosa ha fatto per dimostrarlo?"
"Quello che fanno tutte. Getta il malocchio che fa rinsecchire i bambini, brucia gli ulivi, fa morire i muli e molte altre cattiverie."
"Ma voi conoscete qualcuno che sia stato vit­tima dei suoi malefici?"
"Se ne conosco? Il mio primo cugino, per esempio, al quale ha giocato un brutto tiro." "Raccontatemelo, vi prego."
"Mio cugino non vuole che si parli di questa storia. Ma in questo momento è a Cadice e spe­ro che non gli succeda nulla di male se ve la dico... "

Mitigai i suoi scrupoli regalandogli un sigaro. Egli trovò l'argomento irresistibilmente convin­cente e cominciò così:
"Dovete sapere, signore, che mio cugino si chiama Henriquez ed è nativo del Grao di Valencia. E un marinaio e pescatore, uomo onesto e padre di famiglia, vecchio cristiano come tutta la sua razza. Anch'io posso vantarmi di esserlo, povero come sono, quando vi sono mol­te persone più ricche di me che puzzano di mar­rano. Mio cugino dunque era pescatore in un piccolo villaggio vicino a Peniscola perché, ben­ché fosse di Grao, aveva la famiglia a Peniscola. Era nato sulla barca di suo padre, per questo non sorprende che fosse un buon marinaio. Era stato in India, in Portogallo, dappertutto. Quan­do non era imbarcato su un bastimento, prende­va la sua barca e andava a pescare. Al ritorno, la attaccava con una cima robusta a un grosso palo e andava a dormire tranquillo. Un mattino, men­tre disfaceva la legatura del cavo per andare a pesca, che cosa vide?... Al posto del nodo che aveva fatto, un vero nodo da marinaio, c'era un'annodatura come la farebbe una donna anziana per legare l'asina.
"Quei monelli si sono divertiti con la mia barca ieri notte pensò — se li acchiappo gli do una bella strigliata.

"Si imbarcò, pescò e fece ritorno. Ormeggiò la barca e, per precauzione, fece un doppio nodo. Ebbene, l'indomani, il nodo era di nuovo disfatto. A mio cugino venne la rabbia. Tuttavia, prese una corda nuova e senza perdersi di corag­gio ormeggiò ancora saldamente la barca. Bah! Il giorno dopo, della corda nuova neanche l'ombra e, al suo posto, uno pezzo di spago consunto, un avanzo di fune fradicia. Inoltre, la vela era strap­pata, segno che era stata spiegata durante la not­te. Mio cugino pensò: 'Non sono stati dei ragaz­zi scapestrati a prendere la mia barca. Essi non oserebbero sciogliere la vela per paura di rove­sciarsi. E di sicuro un ladro.' Allora cosa fece? Decise di nascondersi nella barca. La sera si coricò nello spazio dove teneva le provviste di pane e di riso quando stava in mare per parecchi giorni. Per sottrarsi meglio alla vista, si coprì con un vecchio mantello e si accovacciò tranquilla­mente. A mezzanotte, notate bene l'ora, sentì all'improvviso delle voci, come se molte persone si avvicinassero alla riva correndo. Egli sollevò un po' la testa e vide... non già i ladri, Gesù! ma una dozzina di vecchie con i piedi nudi e i capel­li al vento... Mio cugino è un uomo deciso e nella cintura aveva un coltello affilato, da usare contro i ladri; ma quando vide che aveva a che fare con delle streghe, il coraggio lo abbandonò. Rimise la testa sotto al mantello e si raccomandò a Nostra Signora di Peniscola, perché lo aiutasse a non essere scoperto.

"E mentre era acquattato, tutto rannicchiato nel suo piccolo spazio, preoccupato per la sua persona, le streghe slegarono la corda, mollaro­no la vela e presero il mare. Se la barca fosse sta­ta un cavallo, si potrebbe dire che si era imbiz­zarrita. Sembrava volare sul mare. Andava a una velocità tale che il sibilo dell'acqua spaccava i timpani e il catrame fra le assi si liquefaceva Non c'è da stupirsi, perché le streghe possono aver il vento quando lo desiderano, dato che è il diavolo che lo scatena. Nel frattempo, mio cugi­no le sentiva chiacchierare, ridere, dimenarsi e vantarsi di tutto il male che avevano fatto. Alcu­ne le conosceva, altre, a quanto pare, venivano da lontano e non le aveva mai viste. La Ferrer, quella vecchia strega dalla quale vi siete fermato così a lungo, teneva il timone. Finalmente, dopo un po' di tempo, esse si fermarono, toccarono terra, saltarono fuori dalla barca e la legarono a una grossa pietra. Quando mio cugino Henriquez non intese più le loro voci, si arrischiò a uscire dal suo rifugio. La notte non era molto limpida, ma egli vide a un tiro di pietra dalla riva, delle grandi canne che il vento agitava e, più lontano, un gran fuoco. Era là che si teneva il sabba. Henriquez ebbe il coraggio di saltare a terra e di tagliare alcune di quelle canne, poi tornò al suo nascondiglio e attese tranquillamen­te il ritorno delle streghe.

Dopo un'ora circa, esse tornarono, salirono in barca, virarono di bordo e navigarono veloci come prima. 'All'an­datura a cui avanziamo saremo presto a Peniscola' si diceva mio cugino. Tutto procedeva bene quando all'improvviso una di quelle donne si mise a dire: ' Sorelle, stanno per suonare le tre.' Non aveva ancora finito di dirlo che tutte vola­rono via e sparirono. E solo fino a quell'ora, infatti, che esse hanno il potere di scorrazzare per il paese. La barca si fermò e mio cugino fu costretto a mettersi ai remi. Dio sa quanto tem­po rimase in mare prima di riuscire a rientrare a Peniscola. Più di due giorni. Arrivò sfinito.
Dopo aver mangiato un boccone di pane e bevu­to un bicchiere d'acquavite, andò dal farmacista di Peniscola, che era un uomo molto esperto e conosceva tutti i semplici. Gli fece vedere le can­ne che aveva portato con sé e gli chiese:
"Da dove vengono?"
"Dall'America" gli rispose il far­macista.
"Di così ne crescono solo in America. Avreste un bel piantarne i semi qui, non cresce­rebbe nulla."
Mio cugino, senza dire una parola, andò dritto dalla Ferrer:
"Paca - le disse entran­do - tu sei una strega."
L'altra proruppe in escla­mazioni di protesta, esclamando "Gesù! Gesù! La prova che sei una strega è che vai in Ameri­ca e torni in una notte. Ero con te la tale notte, ecco le prove. Queste sono le canne che ho rac­colto laggiù."

Vicente, che aveva riferito gli avvenimenti con voce commossa e con molto calore, tese la mano verso di me, accompagnando il gesto con una mimica adeguata, e mi mostrò un pugno d'erba che aveva appena strappato. Non potei evitare di scostarmi leggermente, pensando di vedere le canne d'America. Poi riprese il racconto.
"La strega gli disse: 'Non andate a raccontar­lo in giro. Ecco un sacco di riso, prendetelo e lasciatemi tranquilla."
Ma Henriquez le rispose: 'Non ti lascerò tranquilla fino a quando non mi avrai fatto un sortilegio affinché io abbia sempre un vento favorevole come quello che ci ha por­tati in America.'
Allora la strega gli diede una zucca con dentro una pergamena, che lui porta sempre con sé quando è in mare. Io, al suo posto, avrei già gettato nel fuoco pergamena e tutto oppure l'avrei consegnata a un prete. Chi fa affari con il diavolo è un cattivo mercante!"
Ringraziai Vicente della sua storia e, per ripa­garlo della stessa moneta, gli dissi che nel mio paese le streghe non usano le barche, il mezzo di trasporto di cui si servono di più è la scopa, sul­la quale le signore si mettono a cavalcioni.
"Vostra signoria sa bene che è impossibile" rispose con freddezza Vicente.

Rimasi stupito della sua incredulità. Era una mancanza di fiducia verso di me, che non avevo sollevato il minimo dubbio sulla veridicità della sua storia delle canne. Espressi tutta la mia indi­gnazione e gli dissi con tono severo che evitasse di parlare di cose che non poteva capire. Ag­giunsi anche che, se fossimo stati in Francia, avrei trovato tanti testimoni del fatto quanti ne voleva. "Se vostra signoria l'ha veduto, alloraè sen­z'altro vero - rispose Vicente - ma se non l'ha visto io resto dell'idea che è impossibile che del­le streghe montino a cavalcioni di una scopa.
Non può accadere che nel fascio di steli non ve ne sia qualcuno che si intersechi formando una croce: Allora come volete che delle streghe pos­sano servirsene?
L'obiezione era ineccepibile. Me la cavai dicendo che c'era scopa e scopa e che se era impossibile credere che una strega potesse salire su una scopa di betulla, non c'era niente di più facile che cavalcasse una scopa di ginestra, dai gambi diritti e radi, o una scopa di crine. Tutti sono in grado di capire che si può arrivare in capo al mondo su di un tale manico di scopa.
"Ho sempre sentito dire, Signore - disse Vicente - che nel vostro paese vi sono molte streghe e stregoni."
"Amico mio, questo è dovuto al fatto che noi non abbiamo l'inquisizione."
“Allora, vostra signoria avrà visto delle perso­ne che offrono degli incantesimi per ogni genere di cose. Io, che vi parlo, ne ho visto gli effetti." "Fate conto che io non sappia nulla di queste storie. Vi dirò dopo se sono vere."
"Ebbene! Signore, mi hanno detto che nel vostro paese vi sono delle persone che vendono dei sortilegi a chi li desidera. In cambio di un bel sacco di monetine, esse vi vendono un pezzo di canna con un nodo da una parte e un turacciolo dall'altra. Dentro vi sono dei piccoli animaletti (animalitos) per mezzo dei quali si ottiene tutto quello che si domanda. Ma voi sapete meglio di me che cosa mangiano... carne di bimbo non battezzato, signore. E quando il proprietario non può procurarsela, è costretto a tagliare un pezzo della propria carne... - A Vicente si driz­zarono i capelli in testa - Bisogna dar loro da mangiare una volta ogni ventiquattr'ore.

"Avete mai visto uno di questi giunchi?"
"Per dir la verità, no, signore; ma ho cono­sciuto bene un certo Romero. Ho bevuto con lui centinaia di volte, quando non sapevo ancora chi fosse, come lo so adesso. Questo Romero 103 lavorava come zagal. Un giorno si ammalò e perdette il fiato, così che non poteva più corre­re. Gli dissero di andare in pellegrinaggio, per ottenere la guarigione, ma lui rispose: "'Mentre sono in pellegrinaggio, chi guadagnerà i soldi per la minestra dei miei bambini?' Non sapendo più dove sbattere la testa, si rivolse alle streghe e altre simili canaglie, che gli vendettero uno dei pezzi di canna di cui parlavo prima. Signore, da quel giorno Romero era in grado di acchiappare una lepre in piena corsa. Non c'era un altro zagal che gli stesse dietro. E voi sapete che me­stiere pericoloso e faticoso sia! Correva davanti ai muli senza nemmeno perdere una boccata del suo sigaro. Correva difilato da Valencia a Murcia, senza fermarsi. Però, bastava vederlo per capire quanto tutto questo gli costasse. Le ossa gli bucavano la pelle e se gli occhi si fossero infossati ancora un po', avrebbe visto anche die­tro. Quegli animali lo stavano mangiando vivo...

"Vi sono anche dei sortilegi di altro tipo... che proteggono dal piombo e che rendono duri. Napoleone ne aveva uno, per questo è scampato alla morte in Spagna, anche se c'è un modo mol­to facile... "
"Quello di far fondere una palla d'argento" interruppi, ricordando la palla con la quale un coraggioso whig aveva trapassato la scapo­la di Claverhouse "Una palla d'argento va bene se è stata fusa con una moneta come quelle di una volta, sulla quale sia raffigurata una croce - riprese a dire Vicente - Ma ciò che funziona ancora meglio è di far sciogliere un cero benedetto, che sia stato sull'altare durante la messa, in uno stampo per palle. Si può star certi che non c'è magia né dia­voleria né corazza che possa proteggere uno stregone da una palla simile. Juan Coli, che un tempo godeva di cattiva fama nei dintorni di Tolosa, è stato ucciso da una palla di cera tirata­gli da un bravo micheletto. Quando costui lo perquisì, gli trovò il petto ricoperto di figure e di segni fatti con la polvere di cannone, delle pergamene appese al collo e non so quante altre bazzecole. Josè Maria,. che oggi fa molto parlare di sé in Andalusia, ha un incantesimo contro le palle, ma guai se lo si colpisce con una palla di cera! Sapete come egli maltratti i preti e i mona­ci che cadono nelle sue mani. E perché sa che sarà un prete a benedire la cera che lo ucciderà". Vicente avrebbe detto molto di più se, a una curva della strada, non fosse apparso il castello di Murviedro, che fece prendere un altro corso alla conversazione.


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